Vivremo d’Arte

Con questo titolo uscì più di due anni or sono, su un’importante settimanale italiano, un lungo testo di John Kenneth Galbraith, famoso economista americano. In esso veniva affermato che le attività lavorative più vecchie ed a maggior intensità di mano d’opera dei paesi industrializzati sono vittime del benessere e delle modifiche avvenute nell’atteggiamento verso il lavoro, con le relative conseguenze sui comportamenti sia individuali che collettivi. Molto è stato scritto e detto sui pericoli ed i guai derivanti da questa radicale evoluzione del vivere moderno a cui stiamo andando incontro, grazie soprattutto allo sviluppo dell’elettronica. Questi cambiamenti non sono però privi di vantaggi. Le attività a più elevato contenuto tecnologico sono le più pulite e più piacevoli, richiedono maggior intelligenza e, avendo meno concorrenza, pagano stipendi e salari più elevati.

Ma i vecchi paesi industrializzati possono avere vantaggi ancora più grandi dall’incremento delle attività a base artistica. Sostiene Galbraith che sia presunzione degli scienziati e dei tecnici ritenere che l’ultima frontiera dello sviluppo industriale siano la tecnologia e le conquiste scientifiche. Secondo l’economista americano essi hanno assolutamente torto: l’ultima frontiera è l’artista. Quando le cose funzionano la gente vuole anche che abbiano un bell’aspetto, quindi ai più alti livelli di sviluppo industriale è il design che conta. Pur addebitando all’autore di queste affermazioni un che di enfasi, non vedo come si possa non essere d’accordo, in particolare da un punto di vista italiano. E’ grazie al buon livello di design che l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale in poi ha progredito costantemente smentendo tutte le previsioni di disastri economici. Nessuno ritiene che la scienza e la tecnologia italiane siano superiori a quelle degli altri paesi, né che il managment italiano sia particolarmente competente e che i sindacati italiani siano particolarmente docili. Ma tutti riconoscono che i manufatti italiani sono più belli di quelli di qualunque altro paese. L’Italia, paese industrialmente vecchio, ha il vantaggio di una tradizione artistica ancora più vecchia.

Naturalmente questo non significa immaginare un futuro di pittori e di poeti né ritenere che per creatività valga il concetto romantico di genio e sregolatezza, ma i cambiamenti negli atteggiamenti verso il lavoro industriale e le conseguenze ci indicano che il futuro economico dei paesi di più antica tradizione vada ricercato nelle attività con più alto talento intellettuale, scientifico o artistico, o a più alta intensità generale di capitale investito. Il caso italiano presenta aspetti curiosi e contraddittori: la struttura produttiva diffusa per piccole e medie aziende, l’impossibilità di realizzare forti investimenti in ricerche o progetti da parte delle imprese orientate verso il design, ha costretto i progettisti a trasformare una serie di vincoli in altrettante opportunità, operando in diversi settori produttivi, rendendo la propria esperienza interdisciplinare, consapevoli di numerosi processi produttivi, finanziari, commerciali. Su questo e altri temi riguardanti il mondo del progetto nella sua accezione più ampia ci s’incontrerà e ci si scontrerà in Ottobre al Congresso ICISID ’83 da cui, considerato il numero e l’autorevolezza dei partecipanti, ci si attende un ampio, non definitivo, ma effervescente contributo.

Lascia un commento