Saracino Arreda presenta la Sedia Chiavarina

Ho sempre avuto una grande passione per le sedie di Chiavari. Tale fascino o “naturale attrazione” in realtà ha ben poco di naturale e non è certo casuale. Si costruisce su alme¬no tre questioni che sono in fondo mie, personali e riguardano il mio lavoro e gran parte dell’atteggiamento che nutro verso il progetto.
La prima questione è relativa al rapporto che le sedie chiavari¬ne intrattengono con il luogo, il fatto che esse siano un pro¬dotto locale, cioè legato in modo indissolubile ad un luogo, indipendentemente dalla loro diffusione e dal fatto che oggi si producano anche altrove. Il luogo, anzi, ha come una sorta di sopravvento sulle loro forme. Infatti, non esiste una forma specifica e data di sedia che sia riconoscibile come la “chiava¬rina”: la definizione va oltre allo stile che essa può via via assumere. La chiavarina è una sedia astilistica che può reg¬gere con indifferenza ogni stile, rimanendo sempre se stessa. La seconda questione è quella che definisce la sedia di Chiavari all’interno di una solida e consolidata tradizione bor¬ghese, fatta di certezze culturali, economiche ed etiche. Una sedia chiaramente istituzionale che rappresenta certi valori e una forte continuità storica, ma che al contempo, per la sua leggerezza, per quel suo porsi in strano equilibrio tra “grazia” e “graziosità”, per il suo essere indifferente agli stili, per l’es¬sere in qualche modo giocosa e caricatura leggerissima della sedia borghese, diviene critica ed indice di un possibile supe¬ramento degli stessi valori che è chiamata a rappresentare. Una terza questione riguarda la tecnologia: la sedia di
Chiavari più che una sedia è l’espressione di una tecnologia,
di un calcolo complesso svolto nei minimi termini costruttivi (spessori), elasticità e rimandi statici e portanti da una sottile bacchetta all’altra attraverso legami a traliccio. Essa è prima
di tutto ricerca e rarefazione, riduzione del materiale all’osso, scheletro organizzato e composto di altre sedie.
Per queste tre questioni si è sviluppato il mio innamoramento e da esso la volontà di ridisegnare quattro chiavari ne: una reinvenzione formale per comprendere fino in fondo la tecni¬ca. Una ricerca che, tutta svolta entro un mondo definito, mantiene i caratteri e produce sedie nuove e vecchissime al contempo. Quattro modelli segnati dall’appartenenza ad un mondo unico, ritagliato, specifico e riconoscibile. Ognuno di essi è l’incrocio di questo mondo con altre suggestioni e memorie. Memorie di altre sedute che vengono tradotte “nel¬l’arte di Chiavari” e che sono sovrapposizione, mistura e accu¬mulo di forme differenti tutte partecipi di un racconto straordi¬nario già letto e narrato.

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