Medea – La Metamorfosi del mobile classico

Premessa: Non sono uno studioso di linguaggi, ma le strutture comunicative, sia verbali sia figurative, mi hanno sempre attirato per le possibilità di sperimentazione che offrono. Se consideriamo i linguaggi dell’arredo troviamo una ricchezza formale ed una varietà doppiamente interessanti.
Più dell’architettura, infatti, l’arredo e le sue lingue combinate evocano con precisione epoche, stili di vita, costumi, abilità artigianali e racconti. Riferendosi ad atti primari, quotidiani e stabili dell’abitare affermano con rigore e costanza la qualità astratta degli stili, la loro relatività e stabilità formale, la fondamentale indifferenza funzionale (una sedia è una sedia). Come non sorprendersi, infatti, di quanto il settore dell’abitare più di qualsiasi altro, ammetta una costante diacronia linguistica all’interno del panorama degli oggetti d’uso che lo popolano. Mentre nessuno si sognerebbe di usare vecchi telefoni o antiche macchine per scrivere, radio a galena o automobili d’epoca, tutti ammettono nell’arredamento la presenza di efficienti antichità accostate a modernità e modernariato.
Il “moderno” inteso come forma contemporanea capace di rappresentare concretamente stili di vita aggiornati e in sincronia con l’evoluzione tecnica e produttiva, è parte minore del paesaggio domestico reale delle case. Lo stile nell’arreda¬mento o meglio, l’arredamento in stile, sembra quindi avere una sua insopprimibile vitalità e capacità di rappresentare/presentare valori culturali e sociali, valori forti e soprattutto stabili. Declinato in modi colti e popolari, eleganti e kitsch, sciatti e sontuosi, patetici e arroganti, ma sempre nella loro falsità autentici, si stratifica con regolarità nello spazio e nella memoria delle famiglie. Curiosa e paradossale posizione questa,
che vede sullo stesso fronte del gusto la piccola borghesia e i ceti abbienti, che entrambi sembrano avere in sospetto la modernità e il suo bagaglio di stilemi geometrici e freddi,
come derivazione gracile ed instabile dell’effimero della moda o come imperativo astratto slegato dal buon senso dell’uso e della tradizione.
Antefatto: Per ragioni oscure, ma non per questo meno pressanti, fin dai primi anni dei miei studi ho ritenuto gli stilemi classici notevoli per inutilità funzionale e capacità semantica. Gli esercizi liceali di disegno con volute e foglie, modanature
e decori mi obbligavano a comprendere e riprodurre forme complicate e lontane. Lo studio successivo degli stili architettonici e della loro siderale astrattezza mi convinsero poi che era più proficuo non contrapporvi in senso evolutivo e darwiniano la purezza del Funzionale e del Razionale, ma tentare invece blasfeme contaminazioni, ibridazioni sorprendenti, accostamenti imprevisti. Da questa filosofia dell’incastro linguistico nacquero disegni, visioni e qualche oggetto privo di senso tecnico e funzionale, ma capaci di aprire un ventaglio di possibilità ironiche e paradossali sulla natura del linguaggio. Incontro: Una delle conseguenze di queste pratiche rischiose è la formazione di una linea/piano di separazione e di contatto fra due diversità. Che questa linea/piano separi, forme, mate¬riali, funzioni o oggetti opposti, essa diviene comunque per sua natura un punto di frizione, una discontinuità semantica interessante. L’occasione di una mostra a Verona e l’accoppiamento involontario con l’azienda Medea resero possibile una verifica reale di queste mie calcolate discontinuità stilistiche. La scelta cadde su una sedia che nel mondo del mobile è l’archetipo strutturale per eccellenza. AI di là del paradosso formale Augusto Tagliabue intravide in quell’azzardo una sfida interessante sul piano esecutivo, e forse qualcosa di più: un’esercitazione, un aforisma sul tema della modernità che salvava “facendola a pezzi” la tradizione artigianale di famiglia.
AI primo pezzo, che tagliava a metà una sedia liberty inglese innestando sulla ferita una moderna poltroncina a guscio curvato, se ne aggiunse un secondo, per finire con un terzo virtuosistico esercizio sulla chaise-Iongue liberty di Zeno
Sempre le operazioni chirurgiche sono partite da pezzi del catalogo Medea. Col tempo ho capito che la sensibilità di Augusto Tagliabue derivava da una sua personale attenzione alla storia del mobile come serie di sfide e invenzioni, di forme e di soluzioni. La sua personale e disordinata collezione di pezzi è assolutamente svincolata da classificazioni tipologiche o stilistiche. Credo anzi che la storia dell’arredo per Tagliabue sia una elenco aperto di opere singole ognuna delle quali presenta una storia, un problema e una soluzione trovata non senza eleganza. A questa impegnativa parola Augusto preferisce quasi sempre il termine “sapore”; segno ulteriore che per lui il mobile e le sue forme attengono più alla sfera dei sensi che non a quella dell’intelletto.
Conclusione: L’idea che pian piano si va facendo strada è quella che una collezione per un mercato più maturo e meno settario, possa essere appunto una collezione di diversi “sapori” presi liberamente nel grande alfabeto della storia del ‘900 e scelti per una specifica originale qualità. Pezzi ricostruiti a partire da un originale o da un’immagine, pezzi reinterpretati evitando la fredda filologia, pezzi d’autore di una storia recente dove architettura e arredo trovano una sintesi armonica e pezzi contemporanei nei quali proporre una visione non minimale delle possibilità espressive di una materia il legno e di un mestiere, quello di mobiliere o, come dicevano i nonni di Augusto, di ebanista.

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