Le cartoline d’auguri

Fino a qualche anno fa, sotto le Feste, il più bel regalo per i precari nel compartimento postale di Napoli veniva dai colleghi romani: questi inviavano loro sacchi di posta che non riuscivano a smistare. Spenta la fiammata degli auguri, i napoletani tornavano alle loro varie attività di disoccupati. L’inesorabile scatto delle tariffe ha oggi trasformato anche i meno occulturati in critici della cartolina come veicoli del luogo comune; la pigrizia trova poi giustificazione nei tuttologi che regalano i rituali della nostra infanzia tra lo stupidario e la «cultura repressiva». Le cartoline augurali sono quindi sparite. Ogni epoca ha i propri luoghi comuni e i propri rituali; rispetto a quelli d’oggi, che coniugano semantica e terrorismo culturale, quelli di ieri ci paiono più rassicuranti, proprio perché ci si presentano per ciò che sono. E d’altra parte è un test tanto più severo quello che ci confronta con generi così codificati da render quasi impossibile ogni reazione non pavlovìana,
Uno sguardo buttato su una collezione di cartoline d’auguri dell’inizio secolo ci rivela come tanti illustratori, sovente anonimi o comunque sconosciuti, sono fuggiti al risultato mediocre, del rituale e dell’iconografia. Sarebbe d’altronde inutile attenderci personali e libere interpretazioni in oggettini il cui senso, più che nell’ espressione di un artista creatore, sta nella produzione, tra artigianale e industriale, per un mercato tuttavia più esigente di quel che si crede. La stampa litografica anche a 10 colori e più, la stampa a rilievo, le argentature e dorature trasformano certi pezzi in veri gioielli di cartotecnica, oggi irripetibili per costi; ma già allora queste cartoline, veri oggetti da regalo, erano ben più care della media. La produzione corrente è più popolare, per quel che
poteva esserlo un prodotto destinato sino alla prima guerra mondiale alla sola borghesia.
Qui l’imperizia grafica e la povertà di stampa si fondono con la più ingenua accettazione dei luoghi comuni per produrre a volte risultati che agli occhi di un Elouard son potuti sembrare pagliuzze d’oro in un mare di sterco (<
Proprio in questo tipo di cartoline, Dalì, invece di apprezzare i pochi fruibili pezzi, anche da un intellettuale snob, esaltava «la più evoluta gerarchia del pensiero popolare» (II mito tragico dell’ Angelus di Millet); «un pensiero tanto profondo e così acuto da sfuggire alla psicoanalisi» (Posizione morale del surrealìsrno).
Più rare sono le cartoline che prendono il tema come puro spunto per ricerche personali e svolte sotto il segno di una corrente artistica alla moda. Passando poi alle piccole edizioni destinate a circolare entro la cerchia ristretta di un gruppo, o arrivando ai pezzi fatti a mano per gli amici, possiamo imbatterci in libere e anche dissacranti innovazioni in fatto di
iconografia.
Riportare oggi l’attenzione su un genere datato, e trionfante nel primo ‘900 può quindi esulare sia dalle nostalgie retro che dagli snobismi popolar-Kitsch. Rinunciando alle cartoline augurali non ci preserviamo affatto dalla banalità: tornando a praticarle, in modo inevitabilmente incerto, incauto, improprio dopo anni di disaffezione, rischiamo invece di aprir qualche spaccatura nella crosta di uno dei luoghi comuni più duri a morire: la cartolina come supporto di immagini stereotipe su un lato e di convenevoli sull’ altro.
Auguri.

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