La Palazzina dei giardini di moderna

Tra gli edifici storici recuperati con maggior coerenza e qualità a un uso espositivo figura

la Palazzina dei Giardini di Moderna, dèpendance importante e suggestiva dell’organismo della Galleria Civica. Le vicende dell’edificio, di origine seicentesca come i giardini che la circondano (le cronache dicono che fu realizzata nel 1634 da Gaspare Vigarani per volere di Francesco I d’Este) sono state, come troppo spesso accade, assai tumultuose: corpi aggiunti, varianti disinvolte, utilizzazioni poco pertinenti ne avevano snaturato la fisionomia, fino a ridurla pressoché a un relitto. Finalmente un intervento radicale di restauro, iniziato nel 1976/77, ha ripristinato la fisionomia originaria dell’edificio — almeno nelle grandi linee — consentendo di destinarlo a una funzione specifica. Essa è stata fissata definitivamente quest’ anno ad opera di Pier Giovanni Castagnoli, coordinatore delle attività della Galleria Civica, che l’ha individuata come luogo ideale e stimolante per una serie di mostre personali di artisti contemporanei. Suddivisa in quattro ambienti simmetrici rispetto al corpo centrale, sovrastato da una cupola, la Palazzina si presenta come uno spazio allo stesso tempo articolato e omogeneo, di dimensioni non imponenti ma prospettivamente variato. Il fattore luminoso, oltretutto, data l’estensione delle vetrate frontali — in origine si trattava di serre  unito agli altri è tale da renderla naturalmente adatta a confrontarsi con quella ricca gamma di esperienze d’oggi — pittoriche come plastiche — in cui i caratteri ambientali e luminosi del contenitore siano elemento problematico della ricerca e della produzione di senso. L’allestimento delle prime due mostre in programma, le personali di Marco Gastini e Claudio Olivieri, è stato in questo senso ricco di spunti in riflessione. Entrambi, non casualmente, hanno optato per una scelta non antologica, che privilegiasse un gruppo predominante di opere recenti accompagnate da alcuni lavori-chiave, qualitativamente eminenti, del passato. Inoltre, tra i momenti passato-presente non sono state effettuate scansioni nette, in favore di una distribuzione spaziale che, salvaguardando in toto le condizioni espositive ottimali di ognuna, permettesse letture dirette di relazione tali da far scaturire con evidenza i vettori interni di continuità del lavoro, i veri nuclei di senso della ricerca. Gastini, il cui lavoro si aggira sul confine ambiguo e fertile della virtualizzazione dello spazio fisico, e che sollecita- attraverso le tensioni pittoriche — un continuo scambio interno-esterno rispetto alla pelle della pittura, ha costruito la propria mostra come a raggera intorno a tre perni di percorso, lavorando sulla filigrana scenografiche dell’edificio: le due grandi tele blu sospese sotto la cupola, e i due imponenti lavori campeggianti sulle due ali laterali più lunghe.

Intorno a questi perni ruotavano gli altri momenti illuminanti della sua complessa e circolare campionatura spaziale: la tela affrontata alla radice lignea, il reticolato tracciato sul muro, le chiazze di piombo a parete, il diritto nero con i carboncini, i plexiglas… La natura specifica della pittura di Olivieri, che provoca un assorbimento per le lontananze della visione, un’introiezione e una concentrazione mentale della lettura entro i comportamenti del colore — e che chiede, dunque, rarefazione silenziosa e continuità di livello d’attenzione — lo ha fatto optare per una distribuzione “orizzontale” dei quadri, senza picchi marcati d’evidenza, con invece un’attenzione determinante alla risposta luminosa del dipinto. L’alternanza di opere di momenti diversi, i quadri accesissimi dei primi anni Settanta, quelli oscuri successivi, quelli solari e tesissimi d’oggi, gli ha consentito di valorizzare quel dato di costanza e qualità del vedere che si produce con pari intensit, nel suo lavoro, a partire da condizioni luminose e strutturali diverse. Due risposte, dunque, estremamente lucide e conseguenti alla sollecitazione spaziale del contenitore: un modo nuovo e vitalissimo di riproporre la riflessione sul rapporto tra arte contemporanea e ambiente antico.

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