La Casa Classica vista da Silvano De Pietri

Silvano De Pietri è nato nel 1944 a Parma dove vive e lavora.
Dopo alcune esperienze nella scenografia e nella pubblicità, di cui continua ad occuparsi, dal 1972 si dedica alla pittura.
I primi ad interessarsi del suo lavoro sono i critici Gianni Cavazzini e Roberto Tassi, che lo presenta nella sua prima personale alla Galleria Eidos di Milano.
“Il giovane artista intraprende l’analisi realistica di un tema unico, ripetuto e rappresentato ossessi vamente: la figura umana forzata in innumerevoli torsioni, eretta, e assopita, spiata «vojeuristicamente» in ambienti vuoti, permeati dalla solitudine immersa in una specie di emulsione di blu, azzurro e grigio che avvolge e che suscita una sensazione fabulosa, quasi irreale” (R. Tassi).
“I silenzi, le penombre, le rarefatte atmosfere” (M. De Micheli) dei primi anni di lavoro, assieme all’attenzione cruda per il particolare, un ginocchio, un fianco, un’ombra fra le .scapole rimangono nella ricerca di De Pietri.
Dal ’75 in poi cambiano i temi, ma non i modi e i mezzi: alle fattezze e alla disgregazione del tessuto umano si sostituiscono i bagliori del metallo degli “oggetti macchine”. Questi lavori finiscono per essere iperreali tanto da divenire rappresentazione di temi onirici che slitta¬no dalla banalità del quotidiano nell’universo surreale dell’inconscio. Dalla raffigurazione del dramma violento ed esteriore dei corpi pallidi e contratti, De Pietri induce all’angoscia sottile e più nascosta dei particolari meccanici, risvegliata da lame acuminate, minacciose, che altro non sono se non elementi di un innocuo apriscatole. Ma l’enigma continua nei lavori presentati alla fine dell’81 alla Gal¬leria Consigli di Parma, nei quali un’oggetto di metallo, come uno strumento di misurazione con graduatori, viene ripetuto e moltiplicato in uno spazio bianco e asettico, mostrando innumerevoli aspetti, senza ripetersi e, anzi, potendo far pensare a forme diverse, ispirate da diversi modelli” (V. Sgarbi). La tecnica preferita dall’artista diventa la grafite su carta riducendo spazio e colore al rigore concettuale del bianco e grigio, ma riscoprendo la morbidezza dello sfumato, del chiaro-scuro alla maniera dei classici. Gli ultimi lavori, che saranno tema di un’altra mostra alla Galleria Consigli, raffigurano oggetti irriducibili al quotidiano, entità irriconoscibili, piccole forme, ormai prossime all’astrazione, che dallo spazio limitato del supporto si espandono nella scenografia di un ipotetico ambiente teatrale come ar¬chitetture galattiche di un immaginario futuro.

Si erige un tempio all’Idea della misura e del disegno. Una struttura classica, ma con lo spessore di una scenografia da teatro. L’evidente finzione della scienza del costruire gioca a favore dello strumento, un
macro-cornpasso a guardia della soglia, alle cui spalle non si intuiscono i limiti di un interno, ma lo spazio nebuloso e sconfinato dell’immaginario.

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