Brianza Artigianale

“Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servizi; di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchon – orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero oltre settecento ettolitri: esposte mezzogiorno, 0 mezzogiorno-ponente, protette d’olmi o d‘antique ombre dei faggi avverso il tramontano e il pampero, ma non dai monsoni delle ipoteche, che spirano a tutt’andare anche sull’anfiteatro morenico del Serruchon e lungo le pioppaie del Prado; di ville! di villule! e di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco un po’ tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirl0, “digradano dolcemente”: alle miti bacinelle dei loro laghi.”
Questo celebre passo della “Cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda mi sembra sufficientemente significativo dello spirito insieme alacre e caustico del brianzolo, contemporaeamente amato e odiato dal “gran lombardo” Carlo Emilio. Per chi n0n concscesse l’aut0re o non avesse mai lett0 il romanzo, un capolavoro della letteratura europea del novecento, dirò che è una cronaca familiare, tragica ed insieme spassosa, che si svolge in una Brianza reale e palpitante, dove i nomi dei luoghi vengono stravolti mutandosi in invenzioni d’ispirazione sudamericana. Ecco che il Resegone, montagna onnipresente nel paesaggio brianzolo, diventa il Serruchon; la città di Erba si tramuta in el Prado; gli architetti pastrufaziani sono gli architetti milanesi: da Pastrufazio, Milano. Ce l’aveva particolarmente, il Gadda, con gli architetti, lui, ingegnere; ed in particolare ccn i razionalisti, che chiamava “quadrangolari” per il vezzo di costruire, a suo dire, avendo cognizione del solo angolo retto. Attraverso di lui ho c0minciat0 ad avere censapevolezza di un certo modo di essere brianozolo e ad esservare con spirito critico ciò che fino ad allora semplicemente accettavo come corollariol naturale dell’ ambiente, e non come peculiarità, tipicita. Qualsiasi tecnica o tecnologia necessaria alla realizzazione di un mobile trova nella regione una risposta produttiva. Nessun altro luogo al mondo è in grado di offrire queste capacità manuali ed industriali concentrate in un cosi piccolo spazio. Come ciò sia avvenuto resta un mistero. Sembra che buonaparte di questa prerogativa si dovette alla presenza delle “villule” gaddiane che ottrirono grandi oppcrtunita a falegnami, tappezzieri, decoratori per riempirle ed ornarle. Più verosimilmente la prima spinta venne data nell’altomedioevo dalle confraternite degli Umiliati, congregazioni laiche di osservanza cattolica che praticavano la vita in comunità produttive, divenuti in seguito veri e propri opifici tessili,falegnamerie, officine; attestate soprattutto in Brianza. Divennero a tal punto influenti da costituire una lobby potente e pericolosa per la stessa diocesi di Milano. Quando San Carlo Borromeo, un altro “gran lombardo” tenterà di contenerne il potere, si buscherà una schioppettata nella schiena, per sua fortuna, deviata, da un adepto. Tanto bastò a decretare l’immediato scioglimento degli Umiliati. Naturalmente la loro diaspora non significò la dispersione del patrimonio delle loro capacità manufatturiere, anzi, la disgregazione dei loro nuclei,presenti in ogni piccolo centro, portò alla diffusione di queste capacità al resto della popolazione, venendo meno il vincolo che ne faceva ambienti chiusi in se stessi.
Nascono così imprese di tipo familiare che perpetuano di padre in figlio un’arte, un’abilita che sapà degnamente concorrere alla bellezza ed elegante finezza di esecuzione di interni di palazzi e chiese di Milano e del contado. A Meda come a Cantù non si contano le piccole botteghe, unità produttive familiari, specializzate in un particolare tipo di lavorazione. Addirittura questa peculiarità di distretto produttivo conosce delle ulteriori specializzazioni concentrate in alcuni paesi oppure rioni di paese. C’e chi sa lavorare il massello, chi sa intagliare, chi sa intarsiare. Ci sono leggende che raccontano di artigiani ultra specializzati nella lavorazione di modanature in legno che hanno messo a punto sistemi propri di lavorazione da non lasciare avvicinare nessuno alla bottega. Da lontano, chi spia, vede eruttare sbruffi di trucioli a baffo di gatta alti dua metri dalla finestra come da un soffione boracifero. C’a chi intarsia le impiallacciature con taglio ad incastro, cosicché l’intarsio, prima di essere applicato, si regga da sè, come di cineseria fatta con pietra dura, a te lo mastrano con orgoglio, spiando di sottecchi la tua meraviglia. C’è chi è fabbro, e ti aspetti di entrare nella sua officina e trovaro l’antro di Vulcano, ed invece ti ritrovi in un ambiente più simile ad un gabinetto dentistico dove tutto è terso e piastrellato, ed il fabbro guarda con sospetto e rassegnazione la tua scarpa infangata. C’è chi sa tornire un bastone di legna praticando un for lungo tutto il suo asse per due metri e più. Diritto e preciso. E solo lui lo sa fare. C’è chi taglia il vetro, lo curva, lo mola, lo incide, lo colora, lo sabbia, lo acida….

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