Architettura spontanea

In varie parti della Sardegna, e soprattutto nella fascia che occupa l’area nord-occidentale, esistono ancora esempi di capanne isolate o di villaggi di capanne che sorgevano vicino ai nuraghi, o almeno in prossimità di zone nuragiche. Queste costruzioni risalirebbero ad un’epoca precedente agli stessi nuraghi e sono comunque da porsi tutte al di qua del I millennio a.C.
V na struttura esterna pressoché circolare, del diametro di undici metri circa, racchiude un vano, anch’esso pressoché circolare, del diametro di sei metri circa, con ingresso obliquo e strombato volto a sud-est, così studiato per meglio godere dei raggi del sole; l’altezza residua del muro a secco è di circa un metro e mezzo, mentre un sostegno centrale regge un tetto conico di frasche o una falsa volta con filari di piccole lastre che doveva ispirarsi alla tholos del nuraghe, la tipica copertura a volta ogivale. Anche il sistema di muratura, costituito da grossi blocchi di pietra allo stato rozzo o parzialmente squadrati, senz’altro legame che il peso stesso dei materiali, è comune a quello del nuraghe. Ma mentre le capanne, riunite in villaggi, svolgevano funzione abitativa, i nuraghi, come è stato ormai accertato, erano costruzioni di carattere militare. L’etimologia del termine è alquanto controversa: alcuni studiosi sostengono che “nuraghe” sia la corruzione dialettale di “muraglie”, altri la associano alla parola “nurra” che ha il significato di “torre cava”, “mucchio cavo”, da cui ha poi preso il nome quella zona della Sardegna nord-occidentale ricca di nuraghi, nonché la città di .. Nora. Le svariate interpretazioni dei nuraghi, antecedenti all’esplorazione scientifica me
diante scavi, attribuiva a queste costruzioni le più contrastanti funzioni: l’opinione più antica era che, come le tholoi micenee, si trattasse di tombe; in seguito furono considerati edifici religiosi, templi sacri dove il sacerdote capo tribù compiva sacrifici e adorava le divinità, fino alle interpretazioni più bizzarre secondo le quali gli antichi sardi avrebbero dormito sul terrazzo dei nuraghi per difendersi dalla zanzara anofele malarica; recentissima è, inoltre, la macabra versione di “torri del si lenzio”, simili a quelle indiane, ove venivano posti a consumarsi i cadaveri prima della loro definitiva sepoltura.
Il fatto, invece, che si tratti di opere militari, rocche forti dell’ aristocrazia e di gruppi relativamente privilegiati o incaricati di compiti particolari, è testimoniato sia dalla loro posizione strategica, di solito dominante una valle, un passo, una fonte, sia dal sovrastante terrazzo che veniva a costituire un mezzo di difesa attiva, da cui era possibile fare uso di armi e dei vari sistemi tramandati si fino all’epoca medievale.
Ci siamo soffermati su questi due aspetti di architettura spontanea, la capanna circolare e il nuraghe, l’uno diretto discendente dell’ altra, per constatare come questi sistemi edilizi si conservino e si tramandino nel tempo a distanza di secoli. Ancora oggi in Sardegna pastori e contadini costruiscono capanne con volta ogivale chiamate “pinnetas”, simili per materiali e struttura alle opere dei loro progenitori. Con le parole di Bernard Rudofsky, cultore dell’architettura spontanea, diciamo che “l’architettura vernacola deve la sua spettacolare longevità ad una ridistribuzione costante di conoscenze duramente conquistate, incanalate Questa continuità di stile è dovuta a vari fattori, tra cui, primo fra tutti, è l’affidarsi a materiali edilizi locali; inoltre, la conformazione insulare del territorio contribuisce a salvaguardare qualsiasi caratteristica indigena, compresi i tipi di alloggio. Se nel passato ammucchiare pietra su pietra non era né un mestiere, né un’arte, ma il risultato di un’irreprimibile necessità, commisurata alle esigenze umane, oggi quest’abitudine si è radicata, incurante delle mode, con un’evoluzione nel tempo quasi impercettibile.

Tutto ciò è espressione tangibile di un modus vivendi, di una concezione della vita che attinge alle radici culturali di un popolo. E se qualcuno attribuisce al villaggio di capanne un aspetto urbanistico sparso e disarmonico è perché erroneamente giudica l’architettura spontanea in base a criteri accademici: pur presentando un aspetto caotico e irregolare, può infatti seguire una sorta di armonia da ricercare in altri elementi che non siano quelli dogmatici. Un po” come l’architetto inglese Inigo Jones che, in un trattato sull’antico monumento megalitico di Stonehenge, pubblicato nel 1655, affermò che gli edifici degli antichi bri¬tannici non possedevano per nulla né ordine, né simmetria, e tanto meno grazia e decoro, esprimendo così la sua scarsa stima per le reliquie architettoniche indigene. Bisogna considerare che a volte la mancanza di simmetria è dovuta al fatto che i costruttori non seguivano piani pro-
grammati in precedenza, come fa l’architetto di professione, ma che talvolta gli edifici venivano modificati successivamente con l’aggiunta di volumi del tutto irrelati, sempre per soddisfare esigenze pratiche. Su questo argomento si è espresso anche Gillo Dorfles in una recensione apparsa di recente su un quotidiano milanese: la dialettica tra centralità e decentramento, tra simmetrico e asimmetrico era qui riferita non solo all’immagine architettonica, ma alle arti visive in genere ed estesa anche alla cultura e ad ogni attività umana. L’asimmetria, la man¬canza di equilibrio e di “perfezione” viene solitamente associata alla stranezza, se non addirittura alla dissolutezza; l’assenza di una rigorosa disciplina formale fa vedere incolte e rozze le case dei contadini e dei pastori. È indubbio che molte grandi civiltà artistiche si sono basate essenzialmente su canoni di centralità, di simmetria e di equilibrio, categorie da sempre ritenute equivalenti di situazioni positive in ogni campo del sapere, sia scientifico, sia artistico o culturale. Già con la rivoluzione barocca prima e con i più grandi impressionisti poi iniziò a farsi strada una concezione visiva che deviava dalla prospettiva tradizionale, privilegiando forme oblique, decentrate, appiattite, allungate. Questi graduali rivolgimenti ci stanno portando forse ad un cambiamento della visione del mondo e dell’arte che ci permetterà di valutare le opere pittoriche, musicali, architettoniche e così via, basandoci su canoni estetici non più sotto messi a dogmatismi schematici, ma lasciandoci la libertà di cogliere il fascino e la suggestività che esse emanano: anche l’architettura spon¬tanea, pur nella sua rozzezza, si rivela un felice connubio di istintività e armonia, al di là della pregnanza etnologia che la investe

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