I bagni di rimini – architetture balneari

Esiste anche nell’architettura una “architettura minore”?Certamente si, anche se finora essa non è stata studiata con sufficiente attenzione perché, troppo presi ad analizzare le “grandi opere” architettoniche, ci si è dimenticati, se non volontariamente trascurato, di studiarla. Solo da poco si è iniziata questa necessaria opera di approfondimento, riconoscendo in essa una vivacità ed una capacità d’adattarsi al veloce mutare delle mode estetiche, velocità che non è possibile ritrovare nelle architetture in muratura a causa delle lunghezze necessarie per la loro realizzazione; quindi, riprendendo un parallelo già attuato tra pittura e scultura, se noi cerchiamo i primi vagiti di una nuova corrente artistica dobbiamo ricercarli nella pittura e non nella scultura che richiede maggiore tempo per la realizzazione, così se vogliamo trovare nell’architettura il passaggio di una moda effimera non dobbiamo rivolgere le nostre ricerche agli edifici realizzati in muratura, ma verso quelle costruzioni che furono realizzate in materiali più malleabili e di più veloce montaggio. Se poi vogliamo cercare una collocazione funzionale di questi edifici effimeri no dobbiamo ricercare il loro uso tra edifici sociali o commerciali, ma verso quegli edifici utilizzati per le esposizioni o per le fiere, cioè verso quegli “edifici” che avevano una vita di breve durata. Ma veniamo ora ad analizzare il soggetto della nostra ricerca, le “architetture balneari”. Dobbiamo ammettere che non è senza difficoltà che possiamo definire come un bene culturale gli arredi balneari. Nel momento stesso in cui pensiamo ad essi ci ritornano alla mente le spoglie ed essenziali cabine, tanto spoglie da sfiorare il francescanesimo. Non ci saremmo mai aspettati che un giorno esse avrebbero potuto divenire il soggetto di una ricerca. L’occasione di approfondire la loro genesi e sviluppo storico di questa “architettura balneare” ci è stato offerto da un interessante mostra fotografica tenutasi a Rimini nei mesi scorsi. In questa mostra “Premiato stabilimento fotografico Contessi, 1859-1939” sono stati esposti i tre album fotografici “I bagni di Rimini” che, realizzati in varie epoche (1881, 1888, 1892), ci offrono un esauriente panorama dello sviluppo di questa città e dell’industria balneare ad essa collegata. Già dalla prima edizione, voluta dalla municipalità per propagandare lo sviluppo turistico di Rimini emerge una evidente componente pubblicitaria. Si trattava di illustrare i pregi ed i vantaggi offerti dalla nascente industria balneare, tenendo conto degli interessi dei possibili fruitori: si hanno così il divertimento (Capanna Svizzera), la terapia (Stabilimento idroterapico o Ospizio Matteucci), i servizi (il tramways a cavalli), ma soprattutto le buone possibilità d’investimento (ville e villini).

Il Restauratore

L’impianto della fotografia è semplice: la scena è pulita, spogliata da ogni elemento di quotidianità, dominata dal soggetto a tutto campo; in conclusione la fotografia dei Contessi assume nella prima edizione un carattere “alinariano”, priva cioè di ogni interesse che non sia puramente documentario. Solo a partire dalla terza edizione, del 1892, la componente documentaria si allargherà fino ad includere alcune scene di vita di spiaggia. Ma veniamo ora allo studio dell’architettura di questa Rimini che inizia ora a candidarsi come la capitale della balneazione nazionale. L’aspetto che immediatamente emerge è una adesione dell’architettura alla corrente romantica dell’architettura ed al pittoresco. Abbiamo così la disavventura di vedere alcuni villini con torri merlate come sfondo alla foto “Villini e camerini sul lido”, sfondo che se si adatta perfettamente alla vena neo-gotica dell’architettura romantica, produce un vero iato tra la scena di mare in primo piano ed il fondale, iato che non può essere visto da uno spettatore contemporaneo che come un discutibile ibridismo. Ma la foto che maggiore forza ci rimanda ad un epoca ormai tramontata è la bellissima foto “Piattaforma e camerini sul mare”; in essa l’ibridismo raggiunge il massimo livello con la capanna in vago stile “orientaleggiante” che trionfa al centro della costruzione. Nel vederla non si può fare a meno di ripensare alle scene finali di “morte a Venezia”. Un altro punto in cui emerge la componente pittoresca di questa architettura è la “Capanna Svizzera” un “Restaurant” che come affermano L. e C. Tonini, autori della Guida per il forestiere, edita a Rimini nel 1893, ”è adibita ad uso di trattoria, ove a prezzi modici ci si ristora con cibi e vini eletti, seduto a mense disposte in vicinanza del lido”. Si conclude qui, con quest’ ultima incongruenza architettonica, la nostra gita nella Rimini dell’Ottocento, quando già si iniziavano a manifestarsi quelle tendenze che l’avrebbero trasformata in un orrendo ammasso di cemento; queste sono le ultime testimonianze di una presenza artistica nella selvaggia lottizzazione di questa area adriatica.

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