Il legno che “canta”…

Un disegno, una forma di legno che riproduca gli esatti contorni del futuro violino. Abete ed acero fanno il riccio, manico, filetto, fasce, tavola e fondo. Qualche accessorio una ventina di buone mani di vernice, e lo strumento è fatto…..

 

 Già, ma come suonerà? … Ecco, questo è il punto cruciale del “dossier violino” lungo tutti e quattro secoli della sua vita dedicata alla musica.

I suoi antenati suonavano nelle sale del basso medioevo, quando tutta la famiglia delle viole da braccio, magari insieme ad altri strumenti o a fianco di menestrelli popolari o cortigiani, allietava con vibrazioni gentili, gli schiamazzanti saloni dei manieri signorili. Finché, verso la metà del XVI secolo, un bel giorno qualcuno “Sentì” che i tempi erano maturi per far nascere un nuovo strumento, che potesse emergere dall’anonima marea degli strumenti nati o perfezionati durante i 5 secoli Medioevali, e per il quale i compositori avrebbero scritto una nuova musica.
E qualcosa del genere in effetti accadde. La musica classica era alle porte, il lungo periodo della preistoria della musica colta stava per finire: Monteverdi, Vivaldi, Bach avrebbero di li a poco acceso la miccia alla seconda rivoluzione musicale.
Il “piccolo”  violino entrò direttamente in rapporto dialettico con questi fermenti, insieme agli altri nuovi membri della sua famiglia, i violoncelli e i contrabbassi, co-protagonisti della nuova musica e ispiratori dei nuovi compositori e, coinvolto da tanta responsabilità, non potè deludere i suoi sostenitori e, soprattutto, i suoi costruttori, coloro i quali gli avevano dato la voce…
I loro nomi sono noti: dal cinquecentesco Andrea Amati, capostipite della scuola classica cremonese che aprì bottega nella contrada dei cortilinari, al più famoso Nicolò Amati, indiscusso maestro Liutaio della prima metà dal ‘600.
Gli arcinoti Giovanni Guarneri (1698 – 1744) detto “Del Gesù” per il modo in cui fermava i suoi strumenti, e Antonio Stradivari (1644 – 1737), probabile allievo di Nicolò Amati, nonché massimo rappresentante del sistema di costruzione classico Cremonese, detto “Della forma interna”. Si racconta che Stradivari, “tipico uomo rinascimentale, geniale, metodico, sempre teso nello sforzo di sposare arte e scienze, riassunse l’esperienza di 150 anni di liuteria, rivitalizzandola scientificamente con precisi principi di chimica e fisica acustica”.
Stradivari, primo fra tutti, non lasciò nulla al caso: dal minuzioso ed essenziale studio della forma, e delle dimensioni del nascituro strumento, alla rigorosa ricerca del materiale (Abete rosso maschio per il piano, Acero per il fondo), dalla meticolosa fase costruttiva al particolarissimo sistema di verniciatura in due tempi con antiche ricette e nuovi ricercati ingredienti. Ebbene la scientificità con la quale questo geniale liutaio affrontò la costruzione dei suoi violini, ebbe non solo il risultato di mettere a disposizione dei suoi contemporanei degli strumenti eccezionali e irripetibili, ma lasciò tracce ben definite del suo lavoro così da poter servire come eredità a pochi artigiani che in seguito vollero raccogliere, tra i quali Omobono e Francesco figli di stradivari, che malauguratamente sopravvissero di poco al longevo padre. Analoga sorte toccò ai Guarneri, tanto che si può tranquillamente sostenere che l’apice qualitativo e quantitativo nella costruzione del violino col metodo classico Cremonese, fu esclusiva della prima metà del XVIII secolo. Poi, trentanove anni dopo la morte di stradivari, il “Reggio delegato all’economia camerale e militare della Lombardia, Gianluca Pallavicini”, stretto collaboratore di Maria Teresa d’Austria, soppresse a Cremona le corporazioni d’Arti e mestieri. Fu, questa, una delle tante riforme che dettero addio a mutamenti sociali e politici di portata continentale, ma che nello stesso tempo, segnò per la famiglia degli strumenti ad arco, una rottura storica con i preziosi modo di produzione del mondo antico… Molte botteghe si chiusero ed i mercati decaddero. Lo smantellamento della struttura interna dell’arte e dei mestieri, produsse una crisi non soltanto nei giovani che intendevano imparare ma soprattutto nei maestri di bottega i quali persero ogni e qualsiasi prerogativa assegnata all’antico “Magister” che poteva avere sotto di se, per un certo numero di anni, garzoni, apprendisti e praticanti. Si perdettero persino gli insegnamenti e gli allievi non si raccolsero più intorno a “Chi sapeva”… Il tramonto delle vecchie Universitatis ha privato il mondo della musica di un’arte che non è stata più continuata. Ma un terso elemento concorse ad assottigliare ulteriormente le gia sparute fila dei liutai che seguirono il metodo costruttivo stradivariano, e fu la formazione delle prime grandi orchestre sinfoniche che fece aumentare vertiginosamente la richiesta di strumenti ad arco. Nei decenni a cavallo del 1800 assistiamo quindi ad un incremento quantitativo dell’attività liuteria a sensibile discapito della qualità e vediamo difatti affermarsi il metodo costruttivo alla francese, detto della “Forma esterna”, di più rapida realizzazione e rispondente perciò alle esigenze dei tempi. Ecco che quattro secoli di lavoro creativo e di tradizione empiriche e quasi misteriche sulle forme della tavola e del fondo, sulle posizioni delle effe, sull’anima dei legni, delle vernici, non furono più utilizzabili al meglio della loro riuscita. Si affermò quindi un irreversibile processo di dispersione del più puro patrimonio liutaio, e ci si avviò verso un lento ma inesorabile surrogato della tradizione creativa, per lasciare il posto ad una tradizione di sopravvivenza talora di buon livello, ma una tradizione-feticcio, da alcuni chiamata “Cultura liutaria dell’imitazione”.
Dobbiamo aspettare i recenti anni ’50 per avere la cronaca delle prime iniziative di personaggi come Simone Sacconi (liutaio restauratore presso la Wurlizer di New York), che tentò di far ripartire gli arrugginiti ingranaggi della liuteria classica: e rimettere in piedi correttamente il rapporto uomo/materia nell’artigianato musicale era un programma ambizioso non solo per ciò che è andato perduto nelle tecniche costruttive, ma per quello che si perde oggi nella frenesia distruttiva e consumistica, della vita del lavoro quotidiano. La proposta non è però caduta nel vuoto, I liutai cremonesi, ad esempio, si sono associati e ed organizzati, e molti altri si stanno ridestando dal lungo sonno. E i risultati qualitativi si possono già documentare, anche se lo strumento moderno deve ancora vivere, suonare, cioè crescere alimentandosi proprio con ciò che produce: il suono, appunto… come potete vedere, la fretta e da sempre nemica del buon violino.

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